La tolleranza necessaria ad operare in cure palliative è una disciplina che gli operatori esercitano.
Un costante allenamento come chi vuole tenersi in forma, per arrivare all’armonia globale.
Il percorso della fragilità legato alla malattia avanzata é battuto dalle persone e dalle famiglie ognuno con le proprie scarpe e con le proprie zavorre.
Nella malattia grave si entra davvero nella vita degli altri, in tutta la loro vita: fisica e sessuale, psicologica e qualche volta psichiatrica, relazionale, professionale e sociale in senso lato, burocratica ed economica, religiosa e spirituale.
Permesso…
Si entra nelle stanze di ospedali, strutture e case, di proprietà, in affitto, in affitto moroso, occupate, cedute temporaneamente, con ascensori orizzontali per collegare i vari ambienti o con un solo ambiente più il bagno.
Si entra nelle tortuosità dei caratteri e delle personalità, nelle peculiarità di atteggiamenti comportamentali inveterati e irrigiditi o negli squilibri di sistema “io – Persona”.
La disciplina della Tolleranza forgia l’operatore in cure palliative ad affacciarsi nelle vite altrui (sempre bussando e chiedendo il permesso) e finanche ad entrare, occupando lo spazio che chi soffre mette a disposizione, ma passando prima in una sorta di spazio di sterilizzazione che lo liberi il più possibile da ogni abuso di giudizio nei confronti di qualcosa che non rispetta i propri canoni.
La malattia non può giustificare tutto, ma quasi tutto può far comprendere e probabilmente può elargire più attenuanti di altre situazioni.
Chi si occupa di cure palliative cerca di astrarsi da se stesso e non imporre i propri personali condizionamenti sociali, morali, etici, spirituali. Le dinamiche relazionali contorte e finanche psicologicamente disfunzionali delle persone delle quali ci si prende cura, il disagio sociale o all’estremo opposto l’ostentazione del proprio status vanno osservate e non giudicate giuste o sbagliate.
Andranno modificate solo nei termini di utile e buona ricaduta sull’assistenza.
Le cure palliative sono Tolleranti
Le cure palliative sono Tolleranti perché super partes, sono buone e non buoniste.
Perseguendo il raggiungimento della qualità di vita migliore possibile per quella persona e per le persone di riferimento, non dovrebbero esercitare ruolo didattico nel modificare vite che sono state ‘così’ fino a quel momento.
I palliativisti devono piuttosto “percolare” nelle crepe delle vite di chi provano ad assistere, facilitandone un assestamento.
Ma la tolleranza chi sa e fa di medicina palliativa deve rivolgerla anche ai collaboratori delle équipe e a se stessi, perché é necessario, fuggendo opportunistici alibi, riconoscersi umani e dunque responsabili di errori.
Grandi capacità di autoanalisi, giudizio critico e pensiero filosofico si devono unire a modalità di lavoro dove il confronto e la condivisione siano delle costanti.
La Tolleranza matura con lo studio su libri e articoli scientifici, ascoltando coloro che sono più allenati, partecipando a corsi e convegni, perché la teoria serve, ma la “sala pesi” della Tolleranza é sicuramente l’esperienza maturata da chi, per professione, incrocia le Persone nei momenti di debolezza e nel massimo momento di fragilità della salute: l’inguaribilità.
E’ dalle loro storie che scaturisce spesso la chiave di volta della cura, ed é dal conferimento di valore all’altro che si persegue il mantenimento o il ritrovamento della Dignità.
Se si legittima l’unicità della sofferenza la malattia resta ma non prevaricherà la Persona ed il suo vissuto.
E, sempre sull’onda della metafora sportiva, non tutti possono essere atleti agonisti di tolleranza: è assodato che non tutti possono occuparsi di cure palliative.
Senza presunzione e tantomeno ipocrisia, sono necessari duri e costanti allenamenti con di base un’importante motivazione ad esporsi con tecnica, scienza e umanità alle vite degli altri.




