Quando la malattia non può essere guarita, la Cura continua a restituire dignità, ascolto e possibilità.
Oltre la definizione
La resilienza è la proprietà dei metalli di resistere, senza rompersi, agli urti. In ambito ecologico ed economico diventa fondamentale capacità di far fronte a eventi traumatici per un sistema, che si riadatta e si riprende senza collassare.
L’etimologia ci indica nella resilienza l’azione di “saltare indietro”, “rimbalzare”.
Pur ritenuto ormai termine abusato, non si può negare che l’esperienza dell’inguaribilità richieda esercizio di resilienza, quando lo shock della diagnosi determinerebbe la rottura dell’ecosistema formato dalla persona che si ammala e dal suo entourage familiare di riferimento.
Perché abitare la sofferenza non è semplice né scontato, perché quel nuovo domicilio non lo si sceglie.
La sofferenza racchiude il dolore ma è molto di più, perché se il dolore evoca una dimensione più fisica, la sofferenza è un ingombrante vestito a strati: quelli dei risvolti psicologico, sociale e spirituale determinati dalla perdita di autonomia, di ruolo sociale e di senso.
Il dolore fisico può essere in larga misura placato, come gli altri sintomi fisici disturbanti per la persona, ma può accadere che la sofferenza continui.
Perché è la sofferenza che una malattia inguaribile determina a isolare la persona, facendole perdere l’orientamento della vita “prevista” fino a quel momento.
La sofferenza blocca e zittisce, esprimendo allo stesso tempo il marasma e il sovvertimento dell’ordine interno ed esterno.
L’inguaribilità e la Cura
Dell’inguaribilità si subisce l’inguaribilità; la Cura, invece, si vive.
E c’è una netta differenza tra la possibilità di eradicare una malattia e rispondere, con scienza, tecnica e umanità, al disagio che la malattia stessa procura.
Anche alcuni vocabolari sbagliano nella definizione di “incurabile”, assimilandolo a “inguaribile”.
Ma la differenza è sostanziale, perché mentre all’inguaribilità non c’è soluzione, la Cura è la soluzione.
La Cura restituisce identità
La Cura si declina in tantissime voci: il tempo da concedere e da concedersi per ascoltare la sofferenza, ascoltare la voce narrante di chi vive la fragilità.
Da quella voce si riesumeranno le tracce della propria dignità, che è fatta anche della biografia pre-malattia, oltre che di diagnosi e referti medici.
Affondando nelle storie delle persone in maniera discreta e fino al punto che il protagonista ci vuole raccontare, si dà davvero valore all’altro: si legittima il percorso di vita fino alla diagnosi, recuperando la sua identità esistenziale oltre la malattia.
Emergono chi si era e quale fosse, o cercasse di essere, il proprio posto nel mondo; emergono le progettualità che si erano costruite, le priorità che ci si era dati.
La Cura vera è attenta, considerando anche i dettagli dell’esistenza, conferendo importanza a ciò che, per l’altro, è importante.
La resilienza della Cura
Sotto questa lente la resilienza non è solo una caratteristica intrinseca, ma può essere adiuvata da un sistema di cura che preveda attitudini tecniche e relazionali, fondate sull’empatia e appartenenti a professionisti che coniughino al plurale il loro agire, in una visione di più figure che affianchino la persona che soffre (e la rete personale di riferimento) ed esercitino competenze trasversali.
La medicina palliativa esercita “gentilmente” la propria mission, pianificando in maniera condivisa, tra curanti e curati, le strategie di accudimento, partendo dalla condizione di scelte libere ma consapevoli di ognuno, reso capace di autodeterminarsi.
La resilienza della cura come cultura
Tutto questo esiste.
Della medicina palliativa esistono una storia, delle leggi che ne regolamentano l’accesso ai cittadini, un bagaglio scientifico e la provata efficacia del suo esercizio.
Ciò che invece ancora manca è la consapevolezza del grande contributo che le cure palliative possono dare alla persona e alla comunità.
Ed è proprio per questo che è necessario informare e formare rispetto all’argomento.
Bisogna ampliare lo spettro culturale di addetti e non addetti.
È però necessario farlo con sufficiente spessore di conoscenza, per evitare di banalizzare o alterare concetti e argomenti troppo importanti per una società che fatica a stare, nel limite determinato da grandi fragilità quali l’inguaribilità, nel limite estremo: la morte, impronunciabile per il rischio di “scomunica sociale”.
Ed in fondo ci possiamo anche concedere la possibilità di romperci, sapendo che esiste un paracadute fatto di professionisti della Cura… in senso stretto.
Per continuare
Scopri gli altri articoli della rubrica Sottovoce, dedicata alla cura, alla fragilità e alle scelte che contano.
Approfondimenti
Per approfondire l’organizzazione e i principi delle cure palliative è possibile consultare le informazioni pubblicate dal Ministero della Salute.





2 risposte
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Grazie Lina. Un po’ insieme, un po tutti. Possiamo contribuire attivamente perché le idee diventino azioni, anche per convincere che la buona Medicina ‘si può’.