La gentilezza come forma alta di cura, tra scienza, empatia e resistenza umana.
Il tempo e lo spazio della gentilezza
Bisogna trovare lo spazio e il tempo per la gentilezza. Sempre e in ogni luogo, ma soprattutto nelle vite che si stramano per una malattia inguaribile.
Dovremmo averla sempre in tasca, un po’ di gentilezza, come una spezia che insaporisce il nostro cibo.
Potremmo renderla più sapida nella comunicazione, nelle conversazioni di fine vita, quelle che chi si occupa di cure palliative ha il coraggio di affrontare con chi sta per morire.
Con la gentilezza si può rendere più deciso il gusto dolce-amaro delle ricerche di senso, che diventano più complesse quando si è di fronte a una diagnosi di inguaribilità.
Gentilezza come misura di consapevolezza
La gentilezza può scandire i tempi e i percorsi di consapevolezza delle persone, nei momenti in cui gli operatori ritengono di dover forzare comunicazioni di diagnosi o di peggioramento.
Vale per chi si ammala, adulto o bambino, e per tutto il nucleo familiare e affettivo che inevitabilmente si ammala insieme.
Vale per i tumori, per le demenze e per tutte le malattie che nessuna medicina oggi può arrestare.
E vale anche per i Curanti, perché le relazioni d’aiuto implicano fatica, anche nei più esperti e motivati.
Un sapere antico e scientifico
Jean-Jacques Rousseau, in Libertà e schiavitù, scriveva che la gentilezza è “una cosa molto saggia”, con caratteristiche prosociali, capace di migliorare la società favorendo altruismo e cooperazione.
Anche la ricerca scientifica lo conferma: un atteggiamento empatico, rispettoso, tollerante e realistico nei confronti di chi soffre può determinare la liberazione di sostanze endogene che regolano emozioni e sensazioni — riducendo ansia, stress e depressione, e aumentando autostima, fiducia e senso di appartenenza.
Probabilmente, la gentilezza stempera la solitudine della malattia, perché trasmette considerazione e quindi dignità anche a chi vive, morendo, l’esperienza della malattia grave.
Gentilezza come atto concreto
Essere gentili significa affondare il proprio dire e il proprio agire negli animi altrui: comprendere piaceri e sofferenze dell’altro in modo concreto, con parole e gesti di cura, senza mai allontanarsi dalla realtà.
Non è impossibile praticare la gentilezza, come non è impossibile umanizzare la medicina.
Non è impossibile essere utili a una persona fragile anche quando la sua malattia non guarirà.
La gentilezza sprona a resistere sentendosi vivi, anche quando sembra di averne avuto abbastanza.
È quella presa che cantano i R.E.M. in Everybody Hurts, una mano tesa nel buio, una voce che invita a tenere duro.
When your day is long
And the night
The night is yours alone
When you’re sure you’ve had enough
Of this life
Well, hang on…




