Morte sociale: quando la malattia isola la persona

La morte sociale è una delle conseguenze meno visibili della malattia inguaribile. Quando il corpo cambia, possono cambiare anche relazioni, ruoli e appartenenza sociale.

La morte anticipata

Lo stato che determina una malattia importante, cronica e inguaribile è scomponibile come i fasci di luce di un raggio solare che colpisce un prisma. Però i colori che ne derivano sono un po’ sbiaditi.

Cosa succede a chi si ammala e al suo entourage di familiari e persone di riferimento?

C’è la ferita fisica, biologica in senso stretto: la patologia che porta sintomi disturbanti, che cambia il fisico, che deteriora le competenze cognitive.

C’è la ripercussione psicologica, con moti di incredulità o tristezza, negazione, rabbia e impotenza, depressione e finanche sforzo di accettazione.

C’è la componente spirituale, che pone domande su quelle dimensioni nebulose e gigantesche, per ragionare sul senso di ciò che accade, ragionare senza capire perché, ma cercando come rimodulare i significati dell’esistenza coesistendo con un’importante fragilità.

La morte sociale

Ma quando capita una malattia inguaribile, esiste, da vivi, una “morte sociale”.

La malattia è anche sickness, cioè è ripercussione sociale e dunque influenza il ruolo della persona ammalata nella società. Perché, più o meno consapevolmente, “il mondo fuori” reagisce alla malattia di una persona. Quasi la etichetta e spesso la esclude dal proprio circuito, perché nell’immaginario collettivo, ma spesso anche nella realtà dei fatti, chi si ammala deve ridurre gli scambi sociali e le capacità lavorative.

La ripercussione sociale della malattia è bidimensionale: quella di chi si ammala e quella di tutti gli altri intorno.

La componente burocratica amplifica il disagio: percorsi spesso lunghi e accidentati per avere accesso ad agevolazioni, esenzioni, riduzioni del carico economico che la malattia genera sulla famiglia.

La persona ammalata spesso si isola perché fisicamente è impegnativo muoversi e rispettare appuntamenti, perché, fino a un certo momento, il tempo trascorre in gran parte tra studi medici e stanze di terapia; un’altra parte a riposarsi per lenire i disturbi della malattia e delle terapie.

La presenza nel circuito sociale, quando ci si ammala, è condizionata in alcuni da un retaggio culturale di vergogna.

Si modificano le relazioni personali e professionali, cambia lo sguardo della società sulla persona ammalata.

Perdita di ruolo e identità

Tutto questo comporta la perdita di ruolo fino a quel momento identitario per la persona e attribuito dagli altri.

Accade l’isolamento che facilita il crollo del sé persona.

Accade che lo scompaginamento di sé e della propria dignità passi anche per un imbuto dove ci sono sensazioni di perdita (di ruolo familiare, professionale e relazionale/sociale) e di inutilità.

Lo stigma sociale comporta l’identificazione della persona ammalata unicamente con un referto di diagnosi.

In una cultura contemporanea dove esistiamo semplicemente in relazione alla nostra autoefficienza e al controllo totale di ciò che ci accade, chi si ammala quasi perde valore e crea crisi al sistema-società perché avvicina alla legittimazione della fragilità.

La difesa inconscia, ma probabilmente anche un’amnesia dell’umana cura, lascia indietro e isola chi si ammala.

Le cure palliative contro la morte sociale

Le cure palliative vedono bene lo strappo sociale correlato alla malattia e promuovono il valore della persona nella sua storia biografica e non solo della sua malattia.

Coinvolgono gli attori del supporto sociale e promuovono azioni di politica sanitaria anche per gli aspetti burocratici ed economici e si impegnano nella promozione di una cultura che contrasti la “morte sociale” e che preservi o ridia valore alla dignità delle persone nel rispetto dell’autonomia e dell’autodeterminazione, del chi sono oltre il cosa possono fare, fuori da competizioni di performance e di efficienza.

Altri approfondimenti della rassegna Sottovoce sono disponibili nella sezione editoriale di ZERO K APS.

Le riflessioni della rubrica SOTTOVOCE e gli approfondimenti dedicati alle cure palliative sono disponibili anche sui canali social di ZERO K.

Persona con malattia inguaribile seduta in uno spazio pubblico mentre osserva il passaggio delle persone, simbolo della morte sociale e dell'isolamento relazionale.
Quando la malattia modifica il ruolo sociale della persona e il modo in cui viene vista dalla comunità.

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Una risposta

  1. Leggendo questo articolo mi è nata una domanda. Se la “morte sociale” può iniziare quando una persona viene identificata solo con la sua diagnosi, cosa accade quando un professionista non riesce più a “stare” nella relazione di cura? Penso, ad esempio, al burnout, alla fatica emotiva, alla perdita di senso. Anche in quel caso il rischio è di essere identificati solo per ciò che non si riesce più a fare, anziché per la persona che si continua a essere? Mi piacerebbe conoscere il tuo punto di vista.

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