Cos’è un ossimoro e perché riguarda la medicina
L’ossimoro, nella lingua italiana, è una figura retorica caratterizzata dall’accostamento, nella stessa locuzione, di parole che esprimono concetti contrari.
E se, nell’accezione comune, la medicina “comune” deve essere guarigione, la medicina “palliativa” sembra esserne il suo opposto. A meno che…
A meno che una sana deriva culturale porti all’idea che esista una medicina che non guarisce ma cura, che si inserisca come un affluente nel fiume dell’immortalità dove stiamo navigando, spesso senza salvagenti.
Tornare a vivere sapendo che moriremo
Un rappacificante cambio di prospettiva permette di tornare – sì, tornare – (perché l’evoluzione ci ha concesso tante competenze facendocene scordare alcune già esistenti) a vivere sapendo che moriremo.
Moriremo talvolta di malattie lunghe, che peggiorano e per le quali non esistono, allo stato attuale, terapie efficaci oltre un certo punto della loro evoluzione.
Cure palliative: qualità della vita oltre la quantità
Le cure palliative misurano la vita col metro della qualità, quando non è più perseguibile la quantità.
Lo fanno rimettendo al centro la persona, perché sia lei ad avere il sopravvento sul danno biologico.
È un po’ come se fungessero da salvietta pulisci-lenti: permettono di vedere più nitido e meno scuro un pezzo di vita stravolto dal punto di vista fisico, ma anche sociale, psicologico e spirituale.
Chi si occupa di cure palliative, sia in fase precoce di ogni malattia inguaribile – tumorale o meno – sia in fase terminale, si cimenta in conversazioni intense e autentiche: dialoghi difficili ma necessari, che toccano i vissuti dell’ammalato, dei suoi familiari e della stessa équipe di cura.
Smontare il falso ossimoro: curare non è solo guarire
Come si può smontare il presunto ossimoro citato qualche riga fa?
Semplicemente informandosi su cosa realmente sia la cura palliativa o, ancora più facilmente, su cosa non sia.
La svolta inizia nel momento in cui non si vede più l’approccio sintomatico globale come il “non aver più nulla da fare”.
Non siamo di fronte a una negazione della cura, ma a un accudimento diverso, che non prevede l’allungamento della sopravvivenza come obiettivo primario.
Allo stesso modo, la medicina palliativa non accorcia la vita: la accompagna, correggendo l’umano correggibile, valorizzando tutto il resto e favorendo l’emersione di nuovi sensi per chi si ammala e per chi resta.
La vita fragile ha i suoi tempi, e la medicina palliativa li segue.
Possiamo dire che è come un’orchestra che accompagna una voce solista, quella dell’ammalato e di chi lui o lei desidera accanto, ognuno con il proprio metronomo.
Una società che informa per prendersi cura
L’impegno di una società che crede nel significato e nel significante della medicina che cura è informare e formare.
Non è semplice, perché bisogna sradicare l’arroganza umana di voler sopravvivere a ogni costo, senza fare i conti con l’obsolescenza naturale dell’essere vivente, che da un certo momento in poi diventa morente.
Non è banale, perché servono motivazione, formazione e competenze per essere curanti, ma non guaritori.
Non è superficiale, perché richiede equilibrio tra il “dipende” e la “tolleranza”.
Non è scontato, perché si deve partire da una revisione di se stessi.
Accettare il limite per vivere pienamente
Nella concezione di una vita finita, anche se talvolta si dovrà abbassare l’asticella delle aspettative per restare entro il limite umano e non cercare, affannosamente e improduttivamente, di oltrepassarlo, quella vita può diventare più piena e intensa.
Non sarà carica di tutto ciò che avremmo desiderato, ma di tutto ciò che realisticamente possiamo perseguire, qui e ora.
Ed è proprio in questo spazio che la cura palliativa smette di essere un ossimoro e diventa la medicina del senso, della presenza e dell’umanità.




