Il tempo e la ripetitività dei gesti ci fanno abituare? Non nelle relazioni di aiuto, dove gli operatori della salute non possono (ma probabilmente neppure devono) abituarsi al dolore, alla sofferenza in generale, e alla morte.
Le cure palliative sono un’architettura assistenziale realizzata per far fronte a malattie difficili perché inguaribili al 100%, dove si interfacciano le dimensioni fisica e psicologica della malattia, insieme a quella spirituale e sociale, le quali consentono di focalizzare cure, non solo farmaci, ma anche attenzione e assistenza sulla Persona malata e non unicamente sul corto circuito di uno o più organi del corpo umano.
La fragilità è complessa e complicata; quando la fragilità coincide con l’approssimarsi della morte, le difficoltà si amplificano.
Come la medicina palliativa puo’ intervenire?
D’altronde, gli operatori in cure palliative sono anche loro esseri umani che cercano di prendersi cura di altri esseri umani in un momento delicato della loro esistenza: quello finale, dove si disfano i progetti, sfumano i sogni, si perde la strada nella ricerca di senso.
Ma non è l’abitudine che permette di guardare negli occhi chi sta male, né di stare in silenzio lunghi secondi o minuti dinanzi ad un letto esercitando l’ascolto attivo che non interrompe dopo pochi minuti il dialogo di chi si ha di fronte, che si spoglia di giudizi e preconcetti, che osserva ciò che le parole ed i gesti dell’altro raccontano. L’abitudine non contemplerebbe l’empatia, ingrediente indispensabile per rendere ricca ed efficace la relazione di cura.
Chi fa un percorso professionale consapevole e carico di motivazione in cure palliative non è un operatore che si abitua, ma è un operatore che si allena a gestire il carico professionale e umano che comporta l’assistenza all’inguaribilità.
Si cimenta in un’esplorazione esistenziale di sé stesso prima di compiere introspezione nell’altro: fa i conti con la propria concezione di malattia grave e di morte, riflette su ciò che vorrebbe per sé prima di cimentarsi in pianificazioni condivise altrui.
La formazione continua
Come in ogni altro ambito, la formazione continua aumenta le competenze e alcune consapevolezze. Ma risulta anche indispensabile la condivisione intra équipe sia in forma di supporto formale (supervisioni psicologiche sul gruppo) che informale (confronto tra colleghi).
Il “noi”
Chi lavora in cure palliative sa che deve concepire il “noi” come pronome personale, perché affondare la professione nelle vite di chi soffre è un po’ immergersi in apnea a profondità che non sempre si conoscono.
Ed ecco che bisogna mettersi in sicurezza, prima di tutto sapendo che si è molto esposti e mai isolarsi quando la fatica del lavoro pervade la quotidianità.
Il lavoro in équipe
Il lavoro in équipe attenua la possibilità di vivere la solitudine dell’operatore.
D’esempio per ogni professionista l’articolo ART. 15 del codice deontologico degli infermieri, pubblicato nel recente aggiornamento a Marzo 2025: “L’infermiere nei diversi livelli di responsabilità si prende cura dei propri colleghi e delle loro famiglie e persone di riferimento, offrendo supporto ed assistenza, contribuendo a creare un ambiente di lavoro positivo e collaborativo. Promuove princìpi di altruismo e solidarietà professionale”. Questo articolo introduce il concetto di cura dei curanti, volto a preservare il benessere lavorativo.
Quindi l’attitudine alla messa in pratica dell’arte medica palliativa esclude il fumo passivo del “tutto già visto tante volte“.
Al contrario si rinnova ad ogni esperienza, ogni vita e famiglia che si incontra, considerate come non asettici casi clinici ma come micromondi variegati inscritti in macromondi, dove le Persone ammalate e le loro famiglie entrano in connessione coi Curanti fino al punto che vogliono concedere e dove i Curanti cercano sinergie e connessioni coi Colleghi e con le Persone che assistono, all’insegna di percorsi unici e speciali perché creati su misura.




