La legge del buon senso

La legge del buon senso nelle cure palliative.

Le cure palliative come spazio di equilibrio tra scienza, umanità e presenza.

Un approccio che riparte dalla persona

Le cure palliative sono un approccio medico che parte dalla persona quando, più o meno, tutti gli altri dalla persona si allontanano.
Rappresentano il giro di boa della medicina che risolve le cause.
L’inguaribilità del fisico non pregiudica la cura del corpo, dell’animo e della dimensione sociale.

Ma se la medicina palliativa si fermasse a definizioni emotivamente toccanti, il tutto si esaurirebbe, distanziandosi di qualche passo dalla stanza di chi muore.
La capacità — ma anche il certosino lavoro — di questa parte di arte medica è invece quella di tradurre in gesti semplici discorsi e situazioni complessi e complicati.

Competenza e sguardo d’insieme

Fondandosi su una fortissima motivazione personale, gli operatori di cure palliative studiano, sui libri e sull’esperienza, farmaci e tecniche per far fronte ai sintomi disturbanti degli ammalati inguaribili.
Sviluppano, con formazione incessante, competenze ultraspecialistiche, mantenendo però una visione d’insieme: una scienza medica applicata all’uomo, capace di considerare la persona nella sua interezza.

In controtendenza rispetto alla medicina contemporanea, che riduce l’essere umano alle cellule che si ammalano, le cure palliative riconoscono tutte le sfaccettature della fragilità che la malattia porta con sé.
In una dimensione di umanizzazione della cura, appare riduttivo fermarsi esclusivamente all’aspetto fisico.

Affondando nelle storie delle persone, nel vissuto biografico della malattia e nelle ripercussioni psicologiche, sociali e spirituali, è possibile operare una presa in carico globale e autentica.

Conoscere se stessi per poter curare

Gli operatori di cure palliative studiano anche su se stessi, perché è impossibile rapportarsi alla fatica e al marasma di chi si ammala gravemente se prima non si è fatto qualche conto con la propria visione di malattia e morte.
Senza questo passaggio, diventerebbe quasi impossibile cimentarsi con i morenti e i loro familiari in conversazioni di fine vita.

Man mano che le malattie peggiorano e la morte si avvicina, si vedono spesso i curanti allontanarsi dai letti delle persone, per senso di inadeguatezza di fronte a un limite che molti hanno dimenticato.
Nelle cure palliative, invece, quel limite è riconosciuto, radicato, accettato.

Dal filosofo Arthur Schopenhauer, chi opera in questo ambito prende spunto dal dilemma del porcospino, lavorando ogni giorno per definire la giusta distanza nelle relazioni: vivere e lavorare empaticamente senza subire lo stravolgimento esistenziale che la relazione di aiuto nell’inguaribilità potrebbe generare.

L’equilibrio tra troppo e troppo poco

L’approccio terapeutico non è mai superficiale: occorre ponderare il troppo e il troppo poco, cercando un equilibrio tra accanimento terapeutico e accanimento palliativo, cioè l’astensionismo terapeutico precoce.
Sono la tolleranza, l’empatia e il buon senso a caratterizzare davvero le cure palliative.

Non si agisce mai secondo la rassegnata affermazione “tanto sta morendo”, ma bilanciando interventi terapeutici che abbiano come primo obiettivo il controllo del sintomo disturbante, limitando per quanto possibile gli effetti collaterali.

Il valore del buon senso

Non è banale assistere chi sta molto male e si avvicina alla morte.
Non sono standardizzabili le problematiche che ammantano il cosmo dell’ammalato e della famiglia.
Non bastano leggi, procedure o linee guida: occorre evitare l’oblio dell’abitudine, perseguendo la qualità di vita e di morte, diversa per ciascun essere umano.

Bisogna percorrere strade di buon senso, adattando l’accudimento a quell’essere umano, in quel momento di vita.
Questo riguarda anche i “discorsi difficili” e le spiegazioni sui cambiamenti del corpo che muore.

Nella pratica, ciò significa fare tabula rasa dei pregiudizi e delle sovrastrutture, instaurando relazioni di cura basate su una comunicazione continua e su un ascolto attivo: non per avere tutte le risposte, ma per ascoltare tutte le domande.

Credere in un tempo che non ha fretta di andare, ma desidera solo essere vissuto fino in fondo.

“Perché è in quei momenti che la maggior parte delle persone non sa cosa dire.
Ed è confortante che ci sia tu, che sai dosare parole e silenzi, sguardi e spiegazioni, con professionalità e umanità… sei speciale.”
(I.M.)

“Il cuore e i polmoni si stanno mettendo d’accordo.
Lo saprà A. quando andare. E quell’abbraccio infinito che non scorderò mai.
Il tuo.”
(K.P.)

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