Agiamo perché motivati o siamo motivati perché agiamo? Una riflessione silenziosa sulla motivazione nelle cure palliative, tra scelta professionale, responsabilità e senso della cura.
Il rumore della motivazione nelle cure palliative
Nell’ambito professionale delle cure palliative il concetto di motivazione risuona chiassoso. Non tutti possono cimentarsi nella cura di chi sta male e non guarirà. Per questa scelta professionale occorre astrazione dal giudizio, competenza emotiva, o per lo meno consapevolezza emotiva, che faccia da braccio di equilibrio nella bilancia tra il mondo di chi cura e quello di chi è curato.
Nella relazione di cura con chi vive la fragilità della malattia inguaribile significa cimentarsi con la propria responsabilità, viverlo quel ruolo di cura. Un ruolo che implica legittimare il rispetto dell’autonomia dell’altro, di chi si ammala, di scegliere cosa vuole o non vuole per sé, di scegliere se vuole o non vuole sapere, ad esempio.
Credere come atto professionale
Essere motivati significa credere. Credere nelle possibilità di cura sempre, molto o poco, ma sempre. E significa crederlo anche nella strada imboccata contromano di quella medicina contemporanea, ultraspecialistica e micro-settorializzata, dove il successo coincide con la rimozione della causa per riportare il corpo umano a una restitutio ad integrum sul piano fisico.
La motivazione di chi per professione si cimenta nella medicina palliativa esula dal narcisismo gratificante di un successo medico “medio”.
La cura come equilibrio tra fare e non fare
La medicina palliativa si occupa di uomini e donne nella loro completezza dimensionale, curando la persona e il suo vissuto: attenzione ai dettagli, rispetto, tolleranza. Tiene conto di ciò che l’ammalato vorrebbe e accompagna nei labirinti esistenziali dove si perde la persona con il suo verdetto di condanna di malattia grave.
Il senso vero della cura bilancia il fare con il non fare e rifugge dalla spasmodica ricerca di correggere il valore di un esame di laboratorio, ad esempio, quando questa correzione non allungherebbe l’esistenza.
Questo approccio non va confuso con un modo di fare medicina superficiale o approssimativo: è esattamente l’opposto. Il punto non è il non fare, ma l’equilibrio tra il poco e il troppo.
Motivazione come azione consapevole
La motivazione nelle cure palliative è attiva, come lo è la modalità di presa in carico. Ha uno scopo, come la vita di ognuno, in ogni momento e anche nel fine vita, alle condizioni che ciascun essere umano decide per sé stesso.
Attrattività, cultura e verità scomode
I numeri ci dicono che la specialità di medicina palliativa è poco attrattiva. Molto probabilmente per ignoranza del vero significato e delle vere modalità di cura, ma soprattutto dei veri obiettivi di cura.
Deve aumentare la conoscenza, l’informazione, la cultura per creare e alimentare motivazione nella cura delle malattie inguaribili. Ma non è per tutti: questo è ormai dimostrato.
Esporsi come persone, prima che come professionisti
Cimentarsi nelle cure palliative comporta esposizione a sé stessi come uomini, prima che come operatori della salute. Comporta intercettare bisogni più o meno esplicitati. Comporta non avere paura di dire a chi soffre di non aver paura di avere paura. Comporta essere motivati dall’azione e agire sulla spinta di un’onesta motivazione.




