Una riflessione sul marketing della felicità, sulla sofferenza legittima e sul ruolo silenzioso delle cure palliative.
Il marketing della felicità e il suo tempo irreale
Il marketing della felicità si fa strada tra pessimismi cosmici della logorante routine e allettanti jingles di life coaching. Ma nella scoperta o nella riscoperta del benessere di vivere spesso vince l’autodidattica, che però ha i suoi tempi.
Fragilità, malattia e consolazione forzata
La malattia grave, la morte, ma la fragilità in genere portano nuovi grandi dolori o amplificano sofferenze già esistenti. L’adattamento di ognuno è soggettivo, influenzato dalle proprie visioni del mondo, dal personale scheletro di valori, spiritualità, personalità ed educazione. Molto spesso la filantropica reazione dell’altro è la “consolazione a tutti i costi”, con esortazioni più o meno convinte di “sii forte… fallo per gli altri… cerca distrazioni… c’è chi sta peggio di te…”, col probabile risultato di accentuare lo spaesamento, magari il senso di colpa e la solitudine di chi sta male.
L’imperativo sociale della felicità
Il punto è che anche la voce del coro sprona “a non essere infelici”. Istiga alla ricerca della felicità e spesso addita noi stessi come responsabili della nostra sfortuna.
Quando essere forti non è possibile
Ma bisogna necessariamente essere forti in circostanze ove tutto intorno crolla? Quando il corpo si ammala e la mente lo segue, le prospettive cambiano. Diventa difficile non proiettarsi in spazi privi di ombre, perché tutti neri. Ancora di più ci si sente incompresi e senza uscita, in quello sciabordio di azioni finalizzate ad evitarci il dolore.
La sofferenza che non si scrolla di dosso
È appiccicosa la sofferenza, come il petrolio sulle piume di gabbiani. E come fare allora a ripulirci per riprendere il volo?
La presa in carico palliativa come atto controcorrente
La presa in carico palliativa è in controtendenza, perché riconosce il diritto, la necessità di stare in quel dolore, perché l’unico modo per gestirlo è affrontarlo, viverlo in tutta la sua deflagrazione. Nella relazione di cura quel dolore viene innanzitutto legittimato, rispettato e non sminuito. La reazione al dolore nasce dalla possibilità di accoglierlo anche se ci schiaffeggia, navigarci un po’ dentro per attraversarlo.
L’infelicità come condizione umana legittima
Le cure palliative rispettano l’infelicità come condizione emotiva ragionevolmente ma soprattutto umanamente umana. Lo spazio di azione della medicina palliativa è quello di dimostrare presenza, percorrere il binario parallelo con una presenza attiva e competente, che possa ristorare dalle sofferenze fisiche ed eventualmente psicologiche, nei tempi dell’altro, la persona che soffre e nei modi che l’altro decide. Con la rispettosa convinzione che ci si debba un pochetto crogiolare nella propria più che giustificata infelicità, ma con un varco aperto verso una risalita, di modo che la fragilità non diventi disperazione, anche quando neppure i medici, neppure i palliativisti hanno risposte a tutto.
“Le cure palliative non sempre sanno, ma sempre sono”.




