Nel fine vita le emozioni non sono un effetto collaterale della cura, ma parte integrante dell’esperienza umana. Riconoscerle, attraversarle e saperle abitare è una competenza che riguarda ogni professionista della relazione d’aiuto.
Il distacco emotivo e il rischio dell’anestesia
Nel fine vita le emozioni non sono un effetto collaterale della cura, ma parte integrante dell’esperienza umana. La competenza emotiva nelle cure palliative non riguarda solo la sensibilità personale, ma la capacità professionale di abitare le emozioni senza esserne travolti.
Anestetizzarsi alla sofferenza è una scorciatoia che non si percorre con l’abitudine a veder star male il prossimo, quanto attraverso un consapevole distacco dal mondo emotivo dell’altro.
Nelle relazioni d’aiuto fondate su presupposti di empatia deve essere però iperespressa la capacità di riconoscere le emozioni nelle molteplici sfaccettature. Questa caratteristica non deve essere appannaggio degli psicologi, quanto invece di tutti gli operatori.
La parola “emozione” deriva dal latino “e-movere”, ed esprime il movimento da dentro, il tirar fuori, lo smuovere, l’agitare.
La malattia severa, l’inguaribilità, sono palcoscenico di moti emotivi rutilanti e inspiegabili. E anche il fine vita non è solo un processo medico, ma un momento biografico ed emotivo di altissimo livello. Ed è per questo che non possiamo considerare le emozioni come un effetto collaterale, ma come parte integrante.
L’intelligenza emotiva nella relazione di cura
Ecco perché ogni persona, ma ancor di più chi si cimenta nella cura e nella presa in carico di chi soffre dolori fisici ed esistenziali, deve esprimere la propria intelligenza emotiva, la predisposizione consapevole di sentire le emozioni, proprie e degli altri.
Deriva dalla personalità, dal bagaglio di crescita e di esperienza.
È la capacità di comprendere la paura di chi muore, di dare alla rabbia che chi muore riversa spesso sull’operatore o sul familiare il sottotitolo dell’impotenza, quando il tempo vettoriale si contrae e sembra che la forza di gravità aumenti e acceleri la discesa dei granelli di sabbia della clessidra di vita.
Ma è nello stesso tempo cronologico che si esaspera il tempo interiore, quello del vissuto biografico, carico appunto di emozioni.
Il rischio al quale l’intelligenza emotiva espone, soprattutto quando è massimamente espressa, è di assorbire il dolore in maniera non solo coinvolgente, ma stravolgente.
Dall’intelligenza emotiva alla competenza emotiva
Ecco che ancora una volta l’arte e la scienza della medicina palliativa ci suggeriscono che c’è una via d’uscita al collasso psicologico che la deriva del vissuto emotivo proprio e degli altri, anche nel ruolo dei curanti, comporterebbe.
Si può acquisire la competenza emotiva nelle cure palliative.
E se l’intelligenza emotiva è la teoria, la competenza emotiva è la pratica, perché non basta la teoria per abitare negli stati d’animo nostri e degli altri anche quando vorremmo scappare.
Bisogna allenarsi a saper stare anche in contesti emotivi complessi, mantenere la giusta vicinanza, saper gestire le relazioni anche trasmettendo aria positiva. È un po’ il saper essere.
E questo richiede formazione e apprendimento, che completano e arricchiscono la professionalità degli operatori, ai quali insegnano come prendersi cura di sé stessi per poter continuare a prendersi cura degli altri.
Burnout, fatica da compassione e cura di sé
La competenza emotiva salva l’operatore dal burnout, dalla fatica da compassione — specifica delle professioni d’aiuto, quando si confonde l’empatia con la simpatia.
Con la competenza emotiva si hanno più strumenti per condurre un colloquio con chi muore e ha paura, rassicurandolo senza mentirgli.
Curando la competenza emotiva faremo meno male agli altri che assistiamo, agli altri con i quali lavoriamo e a noi stessi.
Curare la competenza emotiva nelle cure palliative significa proteggere chi assiste, chi viene assistito e la qualità stessa della relazione di cura.
Accogliere le emozioni senza volerle risolvere
Nella fragilità estrema, il ruolo degli operatori della salute, quale sia il profilo professionale, non è di risolvere le emozioni, tantomeno di curarle.
Si deve invece essere dei facilitatori: accogliere, magari decodificare e sempre legittimare le manifestazioni emotive, in tutte le declinazioni.
Allora forse questo campo delle emozioni nel fine vita non è poi così tanto minato, e l’intensità che si può raggiungere, se si ha voglia di viverla un po’ e la capacità di gestirla un altro po’, è intrisa di vita piena.
Approfondimenti sul tema delle cure palliative sono disponibili anche sul sito della Società Italiana di Cure Palliative e Federazione Cure Palliative.




